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Intervento 2005
Ai ciechi non basta la 68, vogliono ritornare alle leggi di riserva
di
Davide Cervellin
E’ naturale che i gruppi tendano a marcare le loro differenze, a evidenziare ciò che li distingue dagli altri, ma credevo che, dopo tanti anni di battaglie, l’idea dell’integrazione dei ciechi nella scuola come nel mondo del lavoro fosse ormai una cosa consolidata, e invece no.

Ecco che a cinque anni dalla pubblicazione della legge 68 sul diritto al lavoro per le persone disabili, alcuni dirigenti dell’Unione Italiana Ciechi vogliono tornare ad una legge speciale, alle quote di riserva, a stabilire che in materia di lavoro loro, i ciechi, hanno bisogno di un trattamento normativo speciale quasi che lo svolgere una qualche attività in ufficio, in fabbrica o in chissà quale altro posto debba essere irrigimentata per tutelare il sacro santo diritto a risultare i più diversi.

E’ del tutto evidente che l’applicazione della legge 68, in particolare l’articolo 2, permette alle persone cieche di collocarsi in ragione delle loro peculiarità professionali e psicofisiche. E’ assolutamente chiaro che in presenza di saperi, di abilità e di capacità spendibili, e in presenza delle tecnologie compensative, le persone cieche possono svolgere le più svariate attività nell’ambito dell’ufficio, del controllo di processo, ma anche nei settori dell’entrateinment, dell’agriturismo, dell’agricoltura, del turismo e della cura alla persona. La possibilità dei tirocini formativi o degli stage è un’opportunità incredibile per tanti giovani ciechi e ipovedenti di far conoscere le loro capacità.

Resta però un dubbio che ci deriva dai dati seppur parziali di cui disponiamo dal nostro “Osservatorio di Centro Regionale per l’Autonomia delle Persone Disabili”, e cioè che i giovani ciechi abbiano sviluppato poca autonomia, poca indipendenza dai livelli assistenziali, abbiano in definitiva poche abilità spendibili.

Nonostante i titoli di studio, diplomi o lauree, sempre meno persone cieche sono in grado di svolgere professioni quali l’avvocatura, l’insegnamento, l’informatica, la massofisioterapia; sempre meno giovani ciechi e ipovedenti intraprendono libere professioni, e ciò accade nonostante la forte presenza di orientamento dell’Unione Italiana Ciechi nella formazione degli insegnanti di sostegno, nel supporto alle attività di scolarizzazione e, attraverso l’Irifor, nei corsi speciali di formazione professionale.

Mi vien da pensare che proprio questo eccesso di ruolo corporativo dell’Unione Italiana Ciechi abbia minato per tanti ragazzi la possibilità di beneficiare degli aspetti positivi dell’integrazione.

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