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Intervento 2005
Non facce ammiccanti ma la capacità di decidere e di fare
di
Davide Cervellin
A leggere i dati sulla mobilità, sulla cassa integrazione nella nostra regione si provano i brividi. Dove sono le politiche industriali, dove sono le politiche agricole, quali strategie per i servizi, per l’ambiente?

Sembra di vivere in una regione disorientata e confusa. Altro che consegna del tacere, dell’ottimismo forzato. Credo sia ora di dire che le cose non stanno andando bene e bisogna veramente rimboccarci le maniche per non scivolare oltre la linea del non ritorno.

La finanza creativa è diventata la speranza della pubblica amministrazione che non ha soldi. Le banche si stanno avviando verso Basilea 2 per cui i nostri artigiani, i nostri piccoli imprenditori dovranno aspettarsi, a meno di non avere consulenti super pagati per redigere i bilanci, una stretta creditizia che renderà difficile fare investimenti.

Chi è intraprendente, chi è determinato, prenda il primo aereo e cerchi di far investimenti e affari altrove, magari in Cina.
E in questa situazione di assenza di idee la scuola e l’università fanno la parte del leone; sono il comparto più confuso, più declinato; c’è un eccesso di autonomia, di proposte formative, di garantismo, che giustifica qualsiasi comportamento. Per questa nostra scuola la manualità, il fare, il costruire, non esiste più. Ora è solo pensare, comunicare, progettare, organizzare, parlare, programmare. Il guaio è che per queste attività nobili sono stati investiti anche quelli che non hanno le capacità.

In questa nostra scuola, fatta di innalzamento dell’obbligo, accade sempre più spesso che alle superiori, nelle classi, prevalgano quelli che le superiori non le avrebbero mai volute fare e siano lì, costretti ad attendere un diploma, un titolo che per la loro presenza preponderante sminuisce e vanifica anche il titolo di quelli che quella scuola hanno scelto per impegno e attitudine.

Gli insegnanti hanno troppo spesso competenze limitate e autorevolezza nulla. Quando non si infondono saperi accade che anche la disciplina e l’ordine vengono meno e certe classi si trasformano in piccole bolgie dove tutti fanno tutto, messaggiano, chiacchierano, tirano palline di carta, insomma, non apprendono.

I ragazzi all’università tra lauree brevi, lunghe, master, apprendono sempre più la dipendenza dalle famiglie, la mancanza dell’autonomia; vivono frustrazioni grandi per non avere la consapevolezza della congruità delle loro scelte; ingrossano sempre più poi la magmatica schiera dei lavoratori atipici, dei precari, dei professionisti e degli imprenditori per un giorno.

Questo nostro Veneto che per il fare ricorre nelle famiglie come nelle fabbriche agli extracomunitari, ha bisogno di decisioni vere, di scelte, di orientamenti.
Questo nostro Veneto necessita di ritrovare la sua identità laboriosa e selettiva, di ricondurre la società all’importanza del fare.

Come ci insegna la storia, l’epoca dei belletti, dell’edonismo, della mancanza di valori, è l’epoca che segna il confine col declino. Riflettiamo finché siamo in tempo. Facciamo tesoro della storia. Soffermiamoci sulla storia per trovare le soluzioni per invertire la rotta. In questo tempo dove siamo chiamati a scegliere chi ci amministrerà per i prossimi cinque anni, votiamo chi ha idee, chi ha il coraggio di decidere e non delle facce fotogeniche che, come sirene ammiccanti, ci appaiono ad ogni angolo delle strade ma, ahimè, nascondono il vuoto più assoluto.

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